Le mie considerazioni etiche
Prof.ssa Emanuela Valle
Dip. Scienze Veterinarie – Università di Torino
Ci sono incontri che non avvengono per caso. Ci sono esseri che non entrano nella nostra vita solo per restare, ma per insegnarci chi siamo. Il cavallo, per me, è questo: un essere silenzioso che mi insegna la consapevolezza del momento, la fermezza dell’istante e la potenza della presenza.
Hai presente quell’attimo in cui ti avvicini a un cavallo?
Tutto all’istante si ferma.
Lui smette persino di mangiare e ti osserva.
È uno sguardo che pesa e insieme libera, perché in quel momento ti senti davvero vista. Non è solo curiosità, non è per forza diffidenza: è attenzione solo semplice attenzione.
E mentre i nostri sguardi si incrociano, ti attraversano mille domande: Cosa sente? Avrà paura? Si fiderà di me? Si lascerà avvicinare? La mia risposta cambia ogni volta, perché il cavallo non risponde mai alla persona che credo di essere, ma a come mi sento davvero in quel preciso momento.
Essere cavallo
Lui, che secondo la scienza è capace di percepire le nostre emozioni e di vivere un autentico contagio empatico, sa già tutto. La sua sopravvivenza, in natura, dipende dal comprendere lo stato emotivo del gruppo e degli esseri con cui si relaziona. Per questo ancor prima di essergli vicino mi ha già capito. L’incoerenza, con lui, non può nascondersi.
Puoi sorridere, ma se il tuo corpo tradisce tensione lui la percepisce. Riconosce le espressioni del volto, decifra i minimi dettagli, come fece Clever Hans più di un secolo fa, quando intuiva le risposte leggendo i segnali impercettibili dell’uomo.
Sa distinguere un viso sereno da uno arrabbiato, un’intenzione coerente da una maschera di controllo che noi persone sappiamo indossare benissimo. Puoi dire ‘stai tranquilla’, ma se dentro hai paura, lui lo sa.
Il cavallo è il nostro specchio più onesto.
Il cavallo non filtra mai attraverso pregiudizi: non immagina, non giudica, non proietta perché vive nel presente. La scienza ce lo ricorda: il cavallo, non possedendo una corteccia prefrontale sviluppata come la nostra, vive nel qui e ora, nelle percezioni del momento, non nelle previsioni del tempo. Noi, invece, viviamo immersi nel giudizio. Lo usiamo come strumento di controllo anche nelle relazioni, cavallo compreso. Lo giudichiamo ‘buono’ o ‘difficile’, ‘collaborativo’, ‘intelligente’ o ‘testardo’.
Così facendo, in realtà, non stiamo osservando lui: stiamo solo proiettando la nostra visione antropocentrica, il bisogno di misurare tutto secondo i nostri parametri umani. Così mentre il cavallo vuole solo essere sincero perché ogni comportamento ha senso solo nel suo contesto noi rischiamo di rimanere intrappolati in categorie, in tradizioni e sensazioni fuorviate.
Oggi però siamo consapevoli della sensibilità biologica che l’animale possiede, che ci fa capire che il cavallo è dotato di percezione, presenza e capacità relazionale propria, ancorata al momento. Per questo, più crescono le nostre conoscenze scientifiche, più aumenta la nostra responsabilità.
Linguaggio ed etica della consapevolezza.
Anche cambiare le parole del linguaggio equestre è una forma di consapevolezza, non da poco. Dire ‘lavorare un cavallo’ non gli rende giustizia: è un’espressione che si porta dietro un retaggio obsoleto, quasi di dominio schiavista. Allo stesso modo, il termine ‘addestrare’ non pone la relazione su un piano di reciprocità. Nella relazione uomo-cavallo siamo tutti pari: pari nel diritto alla dignità, al rispetto e alla possibilità di esprimerci. È tempo che anche il linguaggio rifletta questo cambio di paradigma.
L’etica e la morale
Scrivere di etica oggi significa riconoscere che il benessere del cavallo non può più essere misurato solo attraverso parametri fisiologici. Significa accettare che ogni cavallo possiede una voce, anche quando il suo linguaggio è silenzioso. Significa scegliere di essere consapevoli, non solo competenti.
L’etica non è solo un insieme di norme o di valori, è la capacità di scegliere con consapevolezza. È il gesto automatico che traduce ciò che sappiamo in ciò che facciamo. Non si misura in regole, ma nella coerenza tra il pensiero e l’azione, tra la mente e il cuore.
Spesso si fa confusione tra etica e morale,
ma non sono la stessa cosa. La morale è una convenzione sociale: un insieme di norme, valori e costumi che una comunità o un gruppo accetta per definire ciò che ritiene giusto o sbagliato.
Un esempio è la punizione: uso il frustino per punire il mio cavallo, e la morale, in passato, considerava questo strumento come appropriato.
L’etica, invece, è un movimento più intimo e profondo: è la riflessione, il processo attraverso cui ciascuno di noi sceglie con consapevolezza come agire e perché.
Ad esempio, posso usare il frustino consapevolmente non come strumento di punizione, ma come aiuto alla comunicazione, perché so che la punizione accentua la paura e il dolore, diventando controproducente nella relazione con il cavallo, aumenta solo il suo livello stress.
Nella relazione con il cavallo, ogni gesto, ogni scelta di gestione, ogni modalità di comunicazione diventa un atto di responsabilità.
Ed è proprio per questo che nasce la necessità di una Carta Etica del Cavallo: non per imporre regole, ma per dare significato ai gesti.
I Cinque Domini del Benessere Animale
Nutrizione, Ambiente, Salute, Comportamento e Stato Mentale rappresentano la cornice ideale dove scienza ed etica si incontrano.
L’etica dei Cinque Domini è una forma di comprensione attiva: un modo di tradurre la conoscenza in cura, la scienza in empatia, l’osservazione in rispetto.
L’etica non è un recinto che limita: è uno spazio che si apre.
Un cavallo compreso, ascoltato, accolto nei suoi bisogni profondi fisici, cognitivi, emotivi e sociali, non è un animale addestrato, ma un individuo che risponde, dialoga e si esprime liberamente.
La libertà non è un privilegio, ma un diritto e una responsabilità. Il cavallo, nella sua presenza potente e silenziosa, vive nella costante tensione tra la sua natura e le nostre pressioni: non può essere felice se non trova spazio per la sua autenticità.
La vera competenza equestre non consiste nel ‘saper fare’, ma nel ‘saper consapevolmente agire’.